May 19

Workaholism: quando il lavoro diventa una “droga”

La considerazione del workaholism come patologia è piuttosto recente, e ancora oggi incontra diverse resistenze a livello di riconoscimento ufficiale. Questo dipende dal fatto che nelle attuali società il lavoro è un valore fondamentale, considerato connaturato all’uomo, il mezzo lecito per guadagnarsi da vivere ed eventualmente arricchirsi. Esiste poi una “etica del lavoro” di origine calvinista che con l’industrializzazione e l’urbanizzazione si è affermata sempre più in tutte le classi sociali, inizialmente come mezzo per migliorare la propria condizione o mantenere lo status acquisito, più recentemente come parametro di approvazione sociale e come strumento di auto-realizzazione. Un’ulteriore resistenza deriva dall’aspetto di creatività insito nell’attività lavorativa, alla difficoltà di disgiungere aspetti strumentali ed espressivi, di fatica e di soddisfazione, di ergon (realizzazione con sforzo) e di poiesis (realizzazione spontanea), alla non facile categorizzazione del lavoro portato avanti con passione, come accade in particolare per attività artistiche o di ricerca.

E’ in ogni caso indubbio che gli aspetti del lavoro prevalenti nella società occidentale post-moderna siano quelli di emancipazione e realizzazione individuale, di valutazione sociale e di identità personale: quando però questa identità lavorativa si impone sull’identità personale, assistiamo all’emergere di fenomeni disfunzionali quali la figura dell’individuo “lavoro-dipendente” o workaholist: è il lavoratore non-stop, che incentra la vita sul lavoro, perdendo di vista tutto ciò che è divertimento, affetto, passioni.

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