May 19

Workaholism: quando il lavoro diventa una “droga”

La considerazione del workaholism come patologia è piuttosto recente, e ancora oggi incontra diverse resistenze a livello di riconoscimento ufficiale. Questo dipende dal fatto che nelle attuali società il lavoro è un valore fondamentale, considerato connaturato all’uomo, il mezzo lecito per guadagnarsi da vivere ed eventualmente arricchirsi. Esiste poi una “etica del lavoro” di origine calvinista che con l’industrializzazione e l’urbanizzazione si è affermata sempre più in tutte le classi sociali, inizialmente come mezzo per migliorare la propria condizione o mantenere lo status acquisito, più recentemente come parametro di approvazione sociale e come strumento di auto-realizzazione. Un’ulteriore resistenza deriva dall’aspetto di creatività insito nell’attività lavorativa, alla difficoltà di disgiungere aspetti strumentali ed espressivi, di fatica e di soddisfazione, di ergon (realizzazione con sforzo) e di poiesis (realizzazione spontanea), alla non facile categorizzazione del lavoro portato avanti con passione, come accade in particolare per attività artistiche o di ricerca.

E’ in ogni caso indubbio che gli aspetti del lavoro prevalenti nella società occidentale post-moderna siano quelli di emancipazione e realizzazione individuale, di valutazione sociale e di identità personale: quando però questa identità lavorativa si impone sull’identità personale, assistiamo all’emergere di fenomeni disfunzionali quali la figura dell’individuo “lavoro-dipendente” o workaholist: è il lavoratore non-stop, che incentra la vita sul lavoro, perdendo di vista tutto ciò che è divertimento, affetto, passioni.

1 – La sindrome “ben vestita”

Il termine workaholism entra nel vocabolario statunitense a partire dalla pubblicazione, nel 1971, del libro dello psicologo W.E. Oates, Confessions of workaholics: the fact about work addiction. Da quel momento l’interesse per l’argomento si amplia, e il fenomeno viene studiato e quindi classificato all’interno dei disturbi d’ansia ossessivo-compulsivi, quelle manifestazioni patologiche caratterizzate dalla presenza di pensieri e immagini “intrusive”, da comportamenti stereotipati, spesso simili a rituali o cerimoniali, che di situano al di fuori del controllo dell’individuo e che lo “ingabbiano” compromettendone le normali attività e relazioni sociali. Attualmente il workaholism è annoverato tra le new addiction, ossia alle dipendenze sorte con il nuovo millennio e che si caratterizzano per il fatto di non avere a che fare con le sostanze classiche (droghe e alcol): ad esempio lo shopping compulsivo, la dipendenza da internet o dal telefono cellulare. Pur non essendo a ancora riconosciute a livello ufficiale (il DSM, testo di riferimento dei disturbi psichiatrici si limita a considerarle sintomi ricollegabili, appunto, a disturbi d’ansia), le new addiction si stanno imponendo all’attenzione degli psicoterapeuti con sempre maggiore frequenza.

Il termine workaholism è stato coniato in analogia con alcoholism, poiché si sono riconosciuti alcuni aspetti comuni con il comportamento del dipendente da alcol. Ad esempio, è molto frequente, in una prima fase della malattia, vergognarsi di tale condizione e quindi “nascondere” ai familiari le ore in più trascorse in ufficio, facendole passare per momenti dedicati alla palestra o agli aperitivi con i colleghi. In una seconda fase, che potremmo definire di passaggio dall’“abuso” alla “dipendenza” vera e propria, la persona cerca di diminuire i sensi di colpa accumulando lavoro e quindi giustificando così la necessità di un impegno extra, e ricercando il compatimento degli altri. Infine, questa ricerca di pressione e adrenalina diventa ossigeno, e la persona diventa schiava della propria gabbia, dimenticandosi totalmente della famiglia e dedicandosi al lavoro anche nelle ore notturne, nei week-end e nei periodi di vacanza. Molti studi internazionali confermano quanto segue: il workaholism – come molte altre new addiction - è un fenomeno in crescita; la categoria a rischio è rappresentata dai cosiddetti “colletti bianchi” (già Robinson, uno dei primi studiosi del fenomeno, l’aveva definita “sindrome ben vestita”); le più colpite sono le donne impegnate in ruoli di dirigenza. Secondo una ricerca della Harvard Business Review, circa il 50% dei manager maschi e l’80% dei manager donne lavora più di 60 ore alla settimana.

2 – Hard worker e workaholist

Prima che il termine workaholist si affermasse in letteratura, l’individuo affetto da tale patologia veniva indicato semplicemente come “gran lavoratore” o al più come un “fissato” del lavoro, ma senza nessuna connotazione patologica, più frequentemente con un certo grado di consenso e ammirazione. Tuttavia c’è da distinguere tra diverse tipologie di “superlavoratori”: c’è chi lavora troppo perché è particolarmente ambizioso o creativo, chi perché è obbligato da necessità, chi perché è inserito all’interno di una cultura aziendale o sociale che contempla il superlavoro come virtù o come via obbligata per fare carriera, chi per soddisfare un bisogno interno, cioè per una compulsione. Secondo Robinson, solo l’ultima categoria di individui si può definire workaholic, poiché si tratta di persone che “non possono non lavorare”, usano il lavoro per avere la carica di adrenalina che consente loro di “stare a galla”, sono ossessionati dal perfezionismo e spesso la loro struttura di personalità sfocia nel narcisismo. Tutte le altre tipologie elencate appartengono invece a fenomeni ben distinti, che potremmo riunire nel genere degli “hard worker”, cui diamo un veloce sguardo.

In Giappone si è osservato a partire dagli anni Settanta un fenomeno poi denominato karoshi, letteralmente “morte-da-super-lavoro”, collegato alla sindrome di stress lavorativo. Si trattava inizialmente di morti sospette di lavoratori a seguito di un periodo di superlavoro, dovute a complicazioni cardiache o cerebrovascolari. Il primo caso, datato 1969, riguardava un operaio di 29 anni impiegato nel reparto trasporti di un giornale giapponese. Da quel momento pressioni da parte della famiglia e dell’opinione pubblica - che per primi riconobbero in questo caso una vera e propria emergenza - indussero la Japanese Association of Industrial Hygiene (JAIH) ad avviare le prime indagini. Molte furono le resistenze prima di arrivare a conclusioni che davano ragione ai sospetti, e cioè che le responsabilità dei morti fossero da attribuire alle aziende in cui essi prestavano servizio. La causa del karoshi è quindi oggi rintracciata nella JPM, il Japanese Production Management system, e cioè l’ideologia sottesa allo stile di lavoro del vero manager, così ben riassunta dallo slogan di una pubblicità di una bevanda eccitante: “Can you fight 24 hours for your corporation?” (Katsuo Nishiyama, Jeffrey V. Johnson, 1997). Si tratta di uno stile che non fatichiamo a rintracciare anche in molta parte del sistema aziendale occidentale (lean organization), primo fra tutto quello americano. A Giugno 2007 è uscita l’ultima indagine dell’ILO (International Labour Organization), l’organismo della Nazioni Unite che “si occupa di promuovere il lavoro dignitoso e produttivo in condizioni di libertà, uguaglianza, sicurezza e dignità umana per uomini e donne”, e che è responsabile dell’adozione e dell’attuazione delle norme internazionali sul lavoro. Secondo il rapporto “Working Time Around the World: Trends in working hours, laws, and policies in a global comparative perspective”, un lavoratore su 5 al mondo lavora troppo. La maggioranza di questi 614 milioni di persone, tuttavia riguardano lavoratori inseriti in economie in via di sviluppo, per cui gli “hard worker”, che secondo l’organismo internazionale superano il limite massimo fissato delle 48 ore settimanali, sono coloro che lavorano duramente per arrivare alla fine del mese, o che sono coinvolti nella terziarizzazione nei paesi in via di sviluppo dove è nota la difficoltà di regolamentazione oraria. Questa categoria, se potesse, farebbe sicuramente a meno di lavorare oltre le 48 ore settimanali…

3 – Come riconoscere il vero workaholic

Un discorso a parte va fatto per i lavoratori che abbiamo indicato come “ambiziosi” o particolarmente “creativi”: questi potrebbero sfociare nel workaholism, o al contrario rimanere “semplici” hardworker. La struttura della personalità del workaholist è infatti legata ad una forma motivazionale esasperata, che dà origine a “profili” ben caratterizzati di lavoro-dipendenti (Mannino). Abbiamo quindi il lavoratore orientato al potere: si tratta di un individuo fortemente competitivo e conflittuale, che in condizione di forte stress può attuare comportamenti aggressivi e prevaricatori. Il lavoratore orientato al successo è l’individuo ambizioso che mira al riconoscimento della propria attività e all’eccellenza: si tratta di una personalità estremamente perfezionista, che si pone traguardi sempre più elevati ricercando in continuazione gratificazioni, riconoscimenti, promozioni. Un po’ diverso il discorso per gli altri due profili motivazionali: il lavoratore orientato all’affiliazione è infatti l’individuo la cui motivazione all’eccesso di lavoro è da ricercare nella povertà di relazioni familiari e sociali al di fuori dell’ambiente lavorativo, per cui la dedizione al lavoro può essere vista come un modi di alleviare la condizione di solitudine, mentre il lavoratore orientato all’evitamento è colui che trova nell’ambiente lavorativo una scappatoia a problemi sentimentali o familiari.

A livello di struttura di personalità il workaholic condivide le caratteristiche dell’individuo dipendente: rigidità, insicurezza, bassa autostima, difficoltà ad esprimere emozioni. Inoltre contempla sempre le seguenti caratteristiche: incapacità a delegare sul lavoro, incapacità a mantenere una separazione tra vita privata e vita lavorativa, svalutazione di attività che non siano inerenti al proprio ambito lavorativo, non percezione del disagio creato tra i familiari, in primis moglie e figli. Le conseguenze sono anch’esse ben identificabili: a livello di salute si assiste a fenomeni d’ansia, compulsioni, dipendenza da adrenalina, cefalee, disturbi cardiaci e dell’apparato gastrointestinale; a livello di relazioni affettive e sociali, si assiste a fenomeni di aggressività in famiglia (una delle principali cause di divorzio negli USA) e verso tutti coloro che in qualche modo “ostacolano” il progetto di “vitalavoro”, all’assenza di relazioni amicali e di hobbies. Il trattamento del workaholism prevede una psicoterapia individuale o di gruppo (anche gruppi di self-help, si pensi agli statunitensi Workaholics Anonymous). Come per tutte le dipendenze compulsive, la terapia è di stampo cognitivocomportamentale o sistemico, e si basa sulla ristrutturazione cognitiva e sul miglioramento della comunicazione emotiva-affettiva. La personalità del dipendente, come si è detto, si caratterizza da credenze o idee disfunzionali (pensieri automatici o irrazionali o fallaci), regole di vita auto-imposte, comportamenti stereotipati e dogmatici. Prendere coscienza di tali cognizioni (abilità di self-monitoring) recuperando nel contempo la dimensione emotiva più profonda (abilità di riconoscimento ed espressione emozionale), crea lo spazio del cambiamento e la possibilità di soluzione del problema.

Dopo aver delineato le caratteristiche principali del fenomeno, nel prossimo articolo continueremo il discorso focalizzandoci, in particolare, sulla domanda: si va verso la fine del modello stacanovista?

BIBLIOGRAFIA

FICHERA, G. 2007. FLight or fight: strategie di coping e di gestione dello stress, Ticonzero n.73

FICHERA, G. 2007. il comportamento pro sociale nell’organizzazione, Ticonzero n. 80

FICHERA, G. 2007. Ozio e Lavoro, Ticonzero n. 78

ILO, G. 2007. Manager, malati di troppo lavoro.

KATSUO NISHIYAMA AND JEFFREY V. JOHNSON, 1997. Karoshi-Death from overwork: Occupational health consequences of the Japanese production management

RIFKIN, K.M. 1989. Agency theory: An assessment and review. Academy of Management Review, 14: 57-74.

ROBINSON, E. 1985. Chained To The Desk: A Guidebook for Workaholics, Their Partners and Children, and The Clinicians Who Treat Them, Marketing Science, 4: 234-254.

Leave a Reply